lunedì 22 agosto 2016
LIBERIAMOCI DI RENZI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
martedì 7 giugno 2016
FRA QUALCHE ANNO L’ITALIA SARA’ SOLO UN RICORDO
giovedì 19 maggio 2016
RENZI “INIZIATO” ALLA LEVIATHAN, LOGGIA MASSONICA INTERNAZIONALE
mercoledì 18 maggio 2016
Il "Flopsact" e lo "Story balling" di Renzi
mercoledì 29 dicembre 2010
venerdì 15 ottobre 2010
Fine - Marco Aru

In quell'istante ogni cosa ebbe fine.
Finirono i soldati
caduti in mille fosse,
finirono le piogge
asciugate dalla sabbia
finì la gioia delle genti
soffocata nel dolore
e l'amore di una donna
assorbito dal rancore.
Finì il bianco
sporcato dalla cenere
e il nero
affinchè non ci sia notte.
Il mare cadde dentro un buco
e le montagne si abbassarono
a dismisura crebbero pianure
e gli anni di un bambino.
Finì lo stato d'incoscienza
finì il voler bene
i lettori terminarono
i libri s'incendiarono.
Le nubi presero il volo
trascinando le pozzanghere
la mela marcì
dando vita e morte a un grosso verme.
Finì il nostro amore
così com'era iniziato
anonimamente all'improvviso
come un pasto che è avanzato.
Finirono i tuoi sguardi
le mie mani su di te
ma non finirono i ricordi
ciò che io provo per te.
Questo è quel che siamo stati
questo è ciò che resteremo
la Fine che non ci ha aspettati
perchè la Fine non ha freno.
Ti conquista
ti sovrasta
ti decapita il momento
perchè è la Fine che comanda
che pone fine all'argomento.
Perchè financo la memoria
se ci pensi ha il suo destino
quello di diventare storia
che si ricorda col sorriso.
Parole - Marco Aru
Ho scritto un mare di parole in una spiaggia
Aspettando che il vento le portasse via
Che il sole caldo le asciugasse.
Sono tutte quelle che non ti ho mai detto
Quelle masticate confusamente
Altre trattenute dall’imbarazzo
Molte dimenticate dentro un’emozione.
Ho atteso la notte per unirle
Le ho messe in fila nella sabbia umida
Alcune sono sbagliate
Altre hanno perso valore
Certe inciampano in lettere mai spedite.
Estratte e messe insieme
Mi hanno dato la profondità di un errore
Non ho avuto il tempo di rimpiangerle
Un’onda sensata le ha portate via.
Ora galleggiano nel mare
Un pesciolino le ha scontrate
E hanno reso argentea la sua coda.
Un altro le ha assaggiate
Rendendo dolce la sua bocca.
Poi il fondale le ha inghiottite
Portandole con sé a riposare.
giovedì 7 ottobre 2010
Pioggia - di Marco Aru

Uno scrosciar di pioggia
rende dolci le mie lacrime
ma è acqua nell'acqua
che tutt'al più confonde.
Spegne però il mio ardore
semplifica il mio spirito
ammansisce il mio dolore
restituisce colorito.
Ha lavato un mio ricordo
e ora è steso ad asciugare
lo riguardo da lontano
che si diverte a ritornare.
Come un treno sui binari
ho percorso la tua vita
rispettando anche gli orari
di una storia già finita.
Tutto il male che mi hai fatto
l'ho nascosto in un cassetto
per non perdere la faccia
per non perdere il rispetto.
Ma ho sventolato le tue frasi
i tuoi "ti amo", i tuoi "ti adoro"
che quando il mondo mi consuma
le rileggo e mi ristoro.
Ci sono giorni lenti e bui
in cui ti penso e ti rivoglio
ma sono solo istanti in cui
l'Amore supera l'orgoglio.
Ma poi capisco che è Passato
noioso ormai da ricordare
e riappendo l'odio in sgabuzzino
perché ho un mondo qui da am
Azzurro d'occhi - di Marco Aru

Se l'opale dell'azzurro è tenero lo è perché ama...confusamente?
Il chiaro di luna sembra aspettare un cuore che saprà capirlo.
Sorride al cuore amante la dolcezza del cielo azzurro,
come un perdono per la sua follia.
Se l'azzurro dei tuoi occhi è triste come un dolce ostinato rammarico,
lo è perché ama ciò che non è di tale mondo?
Amare è triste...
Occhi vaghi
occhi avidi
occhi profondi
vuoti purtroppo.
Come profondi e vuoti sono i cieli.
E l'azzurro tenero pallido è una menzogna
nell'opale
nel cielo
e nei tuoi occhi
Disilluso - di Marco Aru

Ho nascosto dentro le scarpe il cammino fatto
e ho svelato al mondo la mia irrequietezza
combatto ogni giorno una guerra persa
contro un esercito dal colore dei tuoi occhi.
Ora vivo dentro un ricordo
con un sacchetto pieno di menzogne
ho la tristezza di quello che ha capito
e due strati di rabbia dentro il cuore.
Senza alcuna speranza di pioggia attendo le nuvole
convinto che la distanza non ci possa celare
mi nutro di ricordi e vivo delle mie agonie
seduto su uno scoglio che porta il tuo nome.
Dentro un bicchiere di vino rosso
ho cercato invano la prova del tuo amore
affacciato al balcone delle tue bugie
ho visto chiaramente che cos'era la Morte.
Come l'ingenuo del giorno prima ho pensato:
"Tieniti la mia anima, perfino il mio cuore.
Ma ridammi indietro tutte le mie parole
quelle che ti ho detto prima di vivere
quelle che ho pensato prima di morire".
mercoledì 5 maggio 2010
21 Dicembre 2012; estasi o Apocalisse?
Per misurare il tempo i Maya utilizzavano tre sistemi calcolati tramite le osservazioni delle ricorrenze cicliche degli equinozi, dei solstizi, delle eclissi, del passaggio zenitale del sole, della posizione degli astri e delle fasi lunari. Su questa base avevano elaborato un Calendario Rituale (tzolkin) di 260 giorni, composto da cicli di 20 giorni rappresentati da glifi e da 13 cifre, e un Calendario Solare (haab) di 365 giorni, suddivisi in 18 mesi di venti giorni ciascuno, più un breve periodo di 5 giorni nefasti (uayeb), chiamati "giorni sospesi" o "perduti". La combinazione di questi due calendari veniva incisa con glifi e segni numerici su una ruota calendaria.

Inoltre i Maya utilizzavano il cosiddetto Conto Lungo, probabilmente inventato dagli Olmechi e perfezionato dai matematici maya. La base del sistema numerico era vigesimale con l’ausilio dello zero. Le cifre inferiori a 20 erano rappresentate da pallini fino al numero 5, che era invece designato con una barra, mentre il 20 era raffigurato da un glifo a forma di conchiglia o di fiore stilizzato. Tuttavia i numeri da 0 a 20 erano rappresentati anche da glifi a forma di volti, mentre i 18 mesi e i cinque giorni eccedenti del ciclo annuale - ognuno designato con un nome proprio - venivano trascritti con glifi di immagini stilizzate.
I periodi del Conto Lungo - che copriva 5125 anni, cioè l’intero ciclo della storia secondo il punto di vista maya - erano sempre raffigurati da glifi e suddivisi in Tun (l’intero anno solare, senza però calcolare i cinque giorni sospesi), composto a sua volta da diciotto Uinal (il ciclo di 20 giorni). Sommando 20 Tun veniva raggiunta l’unità di un Katun che, moltiplicato ancora una volta per venti, diventava un Baktun (400 anni maya).

Un’era maya era composta da 13 Baktun e gli epigrafisti - trascrivendo i glifi con i loro coefficienti in numeri arabi - hanno potuto calcolare che, secondo il Conto Lungo, i Maya stabilirono l’inizio della loro storia l’11 agosto del 3114 a.C. e pensavano che sarebbe terminata il 21 dicembre dell’anno 2012 della nostra era.
Le profezie più antiche le possiamo trovare nei calendari astronomici di antiche civiltà, come gli Olmechi, i Toltechi, i Maya, per poi arrivare a quelle fatte da Maestro Universale Gesù Cristo e in seguito alle apocalissi apocrife e a quella di Giovanni. In seguito tutti i profeti hanno semplicemente collegato gli effetti alle cause via via generate dagli uomini.
I Maya ereditarono dagli Olmechi, un popolo antichissimo che pare provenisse dal continente scomparso di Atlantide, fatto avvenuto circa 12.000 anni fa, a causa della caduta di un corpo celeste che lo fece inabissare in un giorno e una notte, così come raccontano antichi filosofi come Solone, Platone ecc…
Questo calendario inizia dal 3.114 prima di Cristo e si conclude nel 2012 dopo Cristo. In sostanza, questo calendario ciclico è messo in rapporto con il giro della galassia dove siamo anche noi, la via lattea. Secondo i Maya, ogni volta che il calendario si conclude finisce un’era cosmica e ne inizia un’altra.
Secondo i Maya ci furono 5 ere cosmiche corrispondenti ad altrettante Civiltà. Le precedenti 4 ere, dell’acqua, dell’aria, del fuoco e della terra, sarebbero terminate tutte con degli immani sconvolgimenti ambientali. Alcuni studiosi affermano che la prima civiltà, quella distrutta dall’acqua, era Atlantide. Nel Popolo Vu dei Maya, si legge:
“un diluvio fu suscitato dal cuore del Cielo… una pesante resina cadde dal cielo… la faccia della Terra si oscurò, e una nera pioggia cadde su di essa, notte e giorno.”
Secondo i Maya gli eventi storici spirituali dell’uomo sono in relazione con i movimenti celesti, e questo è verissimo in quanto ogni singolo individuo dell’universo è strettamente legato con l’universo stesso, solo mettendo in relazione l’evoluzione umana con l’evoluzione cosmica si può predire il futuro in quanto tutto è nel principio di ogni cosa. Se il principio origina la causa è logico conoscere di seguito l’effetto di ogni cosa.
Dunque se questo è quello che ci aspetta e se è vero quanto vi ho detto fin ora, cioè che nell’universo esiste una fraterna collaborazione, sicuramente qualcuno si prenderà cura di quegli uomini e di quelle donne che hanno chiara la visione della vita in quanto evoluzione e progresso spirituale e materiale. Per questo è stato detto scritto e tramandato “a costoro non sarà tolto neppure un capello”, ma a chi ?
Le civiltà extraterrestri sono pronte a mettere in atto la più grande evacuazione della storia dell’umanità. Grandi astronavi sono già da tempo state costruite per questa evenienza. Gli uomini devono prepararsi all’ascensione, al cambiamento dimensionale, alla nuova vibrazione spirituale e fisica. Ma molti preferiranno credere nell’uomo nella materia, nelle proprietà accumulate sulla terra, piuttosto che nel disegno divino che cavalca la nostra era. Ma questo non è da considerarsi come il salvataggio degli eletti, ma un intervento d’aiuto cosmico, una sorta di protezione civile di stampo galattico.
Ma molti però, purtroppo dovranno salire senza il corpo, come molti saranno esiliati in pianeti adatti al loro gradi di spiritualità. Dopo che la terra sarà nuovamente idonea ad ospitare la vita, dopo alcuni processi di purificazione attuati dagli astrali, l’uomo tornerà a vivere su una nuova terra e sotto un nuovo cielo. Le porte del cosmo si apriranno è finalmente l’umanità farà parte della fratellanza cosmica.
2012 - La Profezia dei Maya - La fine del Mondo secondo l'ultima pagina del Codice di Dresda.
C'è una cosa che bisogna comprendere sul perchè la profezia dei Maya sulla data del 2012 sia così clamorosamente esplosa, in questo periodo, nel mondo intero.
I Maya avevano una vera ossessione per il tempo. L'intero territorio dei Maya, con le sue centinaia di città di pietra può essere classificato come un enorme monumento in stretta relazione con il tempo. Sulle mura che cingevano i campi per il gioco della palla, sui templi, sugli architravi, sui pannelli scolpiti e addirittura sulle conchiglie, sulla giada - usata in grande abbondanza - i Maya per un periodo che abbraccia circa 1000 anni, incisero le relative date non appena arrivavano alla conclusione dell'opera, o la incisero per celebrare qualche avvenimento del passato.
Un erudito ha perfino trovato un'iscrizione Maya che risale per novanta milioni di anni nel passato.
Ma perchè i Maya avevano questa ossessiva preoccupazione per il tempo ?
Perchè - è questa la risposta più semplice - i Maya erano convinti che il tempo fosse ciclico. E che la stessa influenza e le stesse conseguenze si ripetessero in ogni determinato periodo nella storia.
Fu proprio Diego de Landa - il primo e più esauriente occidentale a venire a contatto e a studiare approfonditamente la cultura maya - a scrivere nei suoi diari: " Riuscivano (i Maya) a calcolare meravigliosamente le loro epoche, e così era facile per un vecchio con il quale mi capitò di parlare, di ricordare tradizioni che risalivano a trecento anni prima. Chiunque abbia messo ordine al loro calcolo dei katun, fosse stato anche il diavolo, lo ha fatto con una esattezza mai nel passato eguagliata."
Una specie di compendio di questa incredibile interpretazione del Tempo - i Maya erano convinti che il mondo avesse sofferto apocalittiche distruzioni per quattro volte, e che quando il velo si alzò sulla storia dei Maya, essi stavano vivendo nell'epoca seguente la quinta creazione del mondo (gli indiani raccontarono a Diego de Landa che gli dei che reggevano la terra fuggirono "quando il mondo fu distrutto dal diluvio")- si trova in quello che è universalmente conosciuto come Codice di Dresda (foto in testa).
Il Codice di Dresda è uno dei tre codici Maya sopravvissuti - per puro miracolo - alla furia della conquista spagnola, che come sappiamo fece purtroppo terra bruciata dell'intera cultura Maya.
Il codice di Dresda (detto codex Dresdensis) è il più bello e il più complesso dei tre (cm.350X20X9) risale probabilmente all'XI o XII secolo e ricopia quasi sicuramente un originale del periodo classico; parla delle eclissi, della rivoluzione sinodica di Venere, di riti religiosi e di pratiche divinatorie, per ben 70 pagine. Fu scoperto a Vienna nel 1739, e in seguito venne acquistato dalla biblioteca di Sassonia, a Dresda.
E' stato proprio partendo da quel codice della biblioteca di Dresda, che Ernst Forstermann, impiegato di quella biblioteca, riuscì a decifrare una parte del calendario Maya, e a compiere il lungo conto che permette di stabilire una data in rapporto al punto di partenza cronologico Maya, grazie a una serie di glifi. Forstermann, in realtà, si era messo in testa di trovare il contenuto di quello strano libro di magia, e fu il primo, nel 1887, a capire che si trattava di tavole del pianeta Venere.
Ed è proprio il Codice di Dresda a fornire lumi su come il lungo computo del tempo scandito dal calendario Maya si arrestasse consapevolmente il 21 dicembre del 2012. Sappiamo poco su come essi immaginassero la fine del mondo. L'unica immagine possiamo averla osservando l'ultima pagina del codice di Dresda. In essa si vede l'acqua che distrugge il mondo, essa fuoriesce dai vulcani, dal Sole e dalla Luna generando oscurità che prevale sulla luce.
Cosa è questa acqua ?
E' facile pensare perchè questa profezia - o meglio, questo computo temporale - dei Maya abbia così suggestionato gli uomini di oggi. Se si prova ad immaginare quella profezia, attualizzandola, la prima cosa che viene in mente è il global warming: innalzamento degli oceani, ecc.. Ma tante altre ipotesi vengono alla mente: caduta di un meteorite, eruzioni spaventose. E c'è chi immagina anche che l'acqua che invaderà il mondo, possa essere quel nuovo quinto elemento sprigionato dagli esperimenti del Large Hadron Collider che - guarda caso - stanno per iniziare a Ginevra, e che saranno pienamente effettivi proprio intorno al 2012...
Il 21 dicembre 2012 solo un Film o sarà la nostra fine?
Non vi è periodo nella storia dell’uomo in cui la possibile fine del mondo non sia stato argomento di discussione e credenze. Dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri, tutte le popolazioni hanno voluto o dovuto credere in eventi sovrannaturali per scandire il passare del tempo e dare una causa agli avvenimenti inspiegabili. I miti, le cosmologie, la magia, la cabala e le profezie sono stati gli strumenti tramite cui dare un nome, un ordine e una diversa rilevanza agli eventi misteriosi che accadono in natura.
I giorni dell'anno o certi avvenimenti straordinari sono poi stati presi come significativi e utilizzati per scandire le stagioni o gli anni. Esempio riscontabile quotidianamente è il calcolo degli anni nella cultura occidentale che si collega alla nascita di Cristo. Secondo lo stesso procedimento, con calcoli talvolta più matematici o legati allo scorrere delle stagioni, avviene il calcolo dei giorni, degli anni, delle festività. Il calcolo delle ore, e quindi dei giorni, è basato sul tempo impiegato dalla Terra per fare un giro completo sul proprio asse di rotazione; invece per il calcolo degli anni ci si basa sul tempo impiegato dal pianeta per compiere una rivoluzione completa intorno al sole. Questi esempi testimoniano come scienza e fede siano due elementi fondamentali nel calcolare la lunghezza della vita e di tutto ciò che ci sta intorno.
QUESTIONE DI DATE
Naturalmente non tutte le popolazioni e culture condividono lo stesso calendario e identici parametri: esempio sono le popolazioni arabe che calcolano gli anni a partire dalla nascita del profeta Maometto, nel 570 d.C. Il calendari ebraico, composto periodicamente da dodici e tredici mesi come quello cinese, non parte dall’avvento di Cristo, ma dal giorno della Creazione calcolato intorno al 3.760 a.C., secondo ciò che riporta il Vecchio Testamento. Ciò sta a dimostrare come eventi naturali, avvenimenti umani o eventi celesti siano punto di riferimento per far partire o ripartire il calcolo del tempo, creando così dei cicli temporali.
Allo stesso modo anche le profezie di Nostradamus e di San Malachia, l’annuncio di eventi nefasti, cataclismi o apocalissi proclamate nei testi sacri sarebbero stati nel passato elementi sufficienti per determinare un passaggio da un’era all’altra. Molte fra queste predizioni sono state smentite, altre si sono avverate, ma un fatto indiscutibile è che al giorno d’oggi l’uomo crede, a torto o a ragione, a enunciazioni simili.
L’ennesimo riscontro si ha nella data 21 dicembre 2012: non un semplice venerdì, ma il giorno che determina la fine di un’era. Sono diversi anni che l’attenzione dei media, studiosi e curiosi, nonché il cinema di Hollywood, si ricollega a questo giorno. Come mai cosi tanta curiosità? Cos’è il 21 dicembre 2012? Dove nasce questo interesse?
La ricorrenza è da attribuire al calendario Maya e di altre popolazioni del centro America: proprio in quel giorno finirebbe la Quarta Era. Tuttavia secondo la popolazione Maya non si andrà incontro a una catastrofe di tipo ambientale o climatico, ma piuttosto si passerà dall’era dei Pesci a quella dell’Acquario. Il famigerato giorno del giudizio durante il quale la razza umana sarà spazzata dall’esistenza per via di calamità naturali è una teoria sostenuta da una corrente disfattista e dal movimento New Age. Secondo le popolazioni del centro America, invece, sarebbe l’occasione per festeggiare con riti, danze e banchetti. Il calendario Maya è basato su venticinque diversi cicli, il più lungo denominato Lungo Computo è quello che attualmente stiamo vivendo e dura esattamente 1.872.000 giorni, cioè 5.125 anni. Il ciclo attuale terminerebbe così il 20 dicembre 2012 e il 21 dicembre ne inizierebbe uno nuovo.
La medesima data, 21 dicembre 2012, coincide con lo scadere della prossima precessione degli equinozi, movimento compiuto dalla terra che muta in modo lento ma continuo l’orientamento del proprio asse di rotazione rispetto alle stelle fisse a cui il pianeta fa riferimento. A causa della forma non perfettamente sferica della terra e delle forze gravitazionali della Luna e del Sole che agiscono sulla sporgenza equatoriale, la terra si comporta come una trottola mutandone la posizione. Il risultato finale è il così detto moto di precessione che si completata ogni 25.800 anni circa, durante il quale la posizione delle stelle rispetto alla sfera celeste cambia e quindi anche i relativi poli celesti a cui la Terra fa riferimento. Questa ipotesi si basa su calcoli di stampo più scientifico e probabilmente più attendibile. Le conseguenze paventate non sarebbero delle più rosee per il nostro paese. Infatti, con il cambiare della posizione del pianeta e dei riferimenti stellari fissi si andrebbe incontro a una catastrofe determinata dall’inversione dei poli terrestri e mutazioni geofisiche delle terre emerse.
UNA DATA DA NON DIMENTICARE
Una teoria simile è stata ipotizzata qualche anno fa dello scienziato e futurologo Gordon Michael Scallion. Molte nazioni, in particolare quelle dell’est asiatico, Europa e America del Sud cambieranno totalmente fisionomia, fino a scomparire in gran parte, mentre dai mari sorgeranno nuove terre tra le quali quelle di Atlantide. Forse è un panorama troppo fantascientifico o apocalittico, ma tra le ipotesi vi è anche questa e non è l’unica di tipo nefasto per gli esseri umani. Il testo sacro ebraico, la Torah, oltre ad aver predetto secondo recenti e approfonditi studi l’attentato a Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano, ha annunciato che nell’anno 5.776, corrispondente al nostro 2012, una cometa dovrebbe colpire il pianeta.
Come si vede un alone di mistero circonda l'anno 2012. Il popolo Maya non è stato l’unico a identificare in quella specifica data un cambio di rotta per tutto il pianeta. Altre civiltà, ben più lontane, che con i popoli del centro America non hanno niente in comune, hanno predetto eventi simili per lo stesso periodo. Esempio sono le culture indiane del nord America, quelle giudeo-cristiane, islamiche, bramaniche, indù e cambogiane parlano del ciclo in cui viviamo, condividendone l’inizio di millennio e la data di cambiamento.
La domanda è però: come mai tanta attenzione verso le predizioni del popolo Maya? Per una volta la sua popolarità non è da attribuire all’attenzione del cinema: negli ultimi anni si ricordano solo Apocalypto (2006) di Mel Gibson e Indiana Jones e il teschio di cristallo (2008) di Steven Spielberg. Sono altri i fattori che hanno reso la profezia credibile. In ordine cronologico citiamo il fatto che proprio di recente è stata ritrovata una stele a Tortuguero, in Costa Rica, che conferma la fine del calendario Maya nella medesima data e il ritorno dei nove Dei, occasione questa per importanti celebrazioni. Secondo l’anziano sacerdote Maya Carlos Barrios, studioso degli antichi calendari sacri, il suo popolo è fonte di veridicità sia per la sua presenza fin dalla notte dei tempi, sia per il fatto che non sono nuovi a predizioni di tale importanza. Il concetto di spazio tempo è il principio fondamentale delle sue supposizioni per cui esistono cicli che si ripetono periodicamente secondo un rapporto preciso. A ben vedere è lo stesso principio fisico che è alla base della precessione degli equinozi ed è proprio per questo che le supposizioni Maya risultano ancora più attendibili. A convalidare questa tesi sono anche i precedenti episodi di preveggenza, sempre mediante i calendari sacri. Era stata predetta l’eclisse del 19 agosto 1999 ben 500 anni prima, dall’agosto del 2000 ai giorni nostri saremmo stati testimoni di un terremoto violento, accaduto in Iran, l’uccisione di un dittatore, Saddam Hussein, una grande inondazione, lo tsunami indonesiano nel 2004, l'attacco al sistema di tipo terroristico, le Torri Gemelle nel 2001. Per qualcuno sono banali coincidenze, per altri dei segni premonitori di ciò che probabilmente deve succedere.
CORSI E RICORSI
L’unica consolazione a questi punti è che la predizione Maya non dovrebbe sortire effetti negativi sull’umanità. Chi invece, in questo contesto propone una diversa prospettiva è lo studioso Geoff Stray, autore del saggio 2012 estasi o catastrofe?, in cui sostiene che vi sarà un passo in avanti nell’evoluzione umana, un nuovo stato di coscienza per cui l’umanità acquisirebbe più ottimismo e un aumento della massa celebrale. La nuova era sarebbe caratterizzata anche da uno sviluppo sociale, ambientale ed economico migliore rispetto al precedente. La medesima tesi, conseguenze e data di fine viene anche supportata da Enzo Braschi, noto ai più come comico, ma autore del romanzo Di terra e di luce. Il comico genovese sostiene la tesi dei popoli Opi, per cui il 21 dicembre 2012 sarebbero tornati gli antenati dei Cacina, i primi che diedero l’impulso alla civiltà indiana del nord America, originati dalla costellazione Blu Star Cacina.
ANCHE LA BIBBIA PREDICE UNA “FIN DEL MONDO” INTORNO AL 2012
La “fine del mondo” e i “sette tempi”
Qualsiasi operazione numerologica ha un consolidamento, denominato “riscontro”, che comprova la sua esattezza (la prova del nove, l’inversione degli addendi, la somma del risultato e del sottratto eccetera). I “sette tempi” biblici sono, prima di tutto, un periodo di tempo nel quale Dio ha abbandonato l’uomo che non lo cerca al suo destino. Soltanto un’analisi, perspicacemente onesta, delle scritture rivela che questo periodo ha un’importanza cruciale per chi ha fede e tiene alla propria vita. Perché? Perché i “sette tempi” ci fanno capire quanto vicino sia il mantenimento della promessa di Dio. Ma qual è la promessa di Dio? Dio creò Adamo ed Eva anime perfette e gli disse di godere dell’intero creato per sempre, generando figli e dandogli uno spirito curioso che gli avrebbe permesso di evolvere la propria mente e la propria cultura (“E Yhwh Dio prendeva l’uomo e lo poneva nel giardino di Eden perché lo coltivasse e ne avesse cura” – “Ora Yhwh Dio formava dal suolo ogni bestia selvaggia del campo e ogni creatura volatile dei cieli, e le conduceva all’uomo per vedere come avrebbe chiamato ciascuna, e in qualunque modo l’uomo chiamasse l’anima vivente quello era il suo nome” – Genesi 2:15 e 2:19).
Ma poi l’uomo peccò, disubbidendo a Dio. Per Dio sarebbe stato facilissimo distruggerlo e rifarlo, magari schiavo che ubbidisse a Lui senza porre domande. Ma Dio non è un tiranno. Desidera essere amato dall’uomo liberamente, e non per costrizione. Fu per tale motivo che dotò l’uomo e la donna di libero arbitrio. Inoltre, Satana e i suoi demoni avrebbero potuto vedere e avere qualcosa da obiettare. Quindi Yhwh decise di concedere al Diavolo il tempo necessario per provare a Lui e a tutti gli angeli che erano rimasti fedeli che l’uomo non lo serviva perché lo amava ma per ciò che Dio gli dava( secondo capitolo di Giobbe). E’ questo il passo importantissimo. Il periodo concesso al Diavolo sono i “sette tempi”.
Nel ventunesimo capitolo del libro di Luca(nel libro di Matteo il ventiquattresimo) si legge delle profezie che Gesù fece parlando a quattro dei suoi discepoli. Dopo aver elencato una serie di catastrofi, naturali e non, Gesù continua”………..e cadranno sotto il taglio della spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; e Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, finchè i tempi fissati delle nazioni non siano compiuti”.
“I tempi fissati delle nazioni”. Cosa sono? Ad una più approfondita analisi non è difficile capire che “i tempi fissati delle nazioni” altro non sono che “i sette tempi” citati dal libro profetico di Daniele. Nel corso dei secoli molti teologi ed esegeti hanno scrutato la Bibbia per vedere se Dio avesse dato all’umanità precise coordinate per far capire quando sarebbe arrivata “la fine”. Molti di questi hanno abbandonato tale sfida, altri credono di averla portata a termine. Parlando a quattro dei suoi discepoli sul monte degli Ulivi, Gesù disse che il “tempo della fine” avrebbe avuto una serie di caratteristiche inconfondibili con qualsiasi altro periodo storico. Quindi aggiunse:
“Notate il fico e tutti gli altri alberi; quando mettono i germogli, osservandoli, apete da voi stesi che l’estate è vicina, così anche voi quando vedrete avvenire tutte queste cose, sappiate che il Regno di Dio è vicino, veramente vi dico; questa generazione non passerà affatto finchè tutte queste cose non siano avvenute”.
Di quale generazione stava parlando Gesù? Se fosse la generazione di ebrei che perì col tempio nel 70 a.E.V. “i tempi fissati delle nazioni” sarebbero finiti lì. Invece continuarono. Quando Tito distrusse il tempio non accadde quasi nulla di tutto ciò che profetizzò Gesù (a parte l’erezione di una palizzata fatta dai romani per imprigionare dentro la città più abitanti possibili). Ma la profezia ha un adempimento più grande, è per il futuro, altrimenti l’apostolo Giovanni non avrebbe scritto, nel 96 D.C., nell’Apocalisse, e quindi 26 anni dopo la distruzione del tempio, che “la visione è ancora per il tempo fissato”. Quelle profezie riguardavano altri tempi, i nostri. Per capirlo bisogna leggere il quarto capitolo del libro di Daniele e rapportarlo all’Apocalisse.
Daniele riuscì a farci pervenire il racconto di un sogno che il re Nabucodonosor gli aveva narrato e che lo stesso re aveva fatto. Egli sognò di un grande albero alto fino al cielo. Questo albero rappresentava il dominio di Dio sulla terra, di cui la nazione d’Israele era l’immagine,
il legittimo rappresentante. L’albero viene tagliato e stretto in ceppi per impedirne la ricrescita, “finchè passino su di esso sette tempi stessi”. Questi “sette tempi” devono essere di vitale importanza per l’umanità visto che ne parla sia Gesù nei Vangeli sia Giovanni nell’Apocalisse. Come si calcolano? Da quale data bisogna partire?
Siccome le domande sono nella Bibbia è ragionevole pensare che ci siano anche le risposte. E infatti ci sono. Nell’Apocalisse i capisce che un tempo equivale a trecentosessanta giorni (Apocalisse 12:6_14). Nel versetto 14 si parla di una donna che rimane nel deserto dove viene nutrita per “un tempo, dei tempi e la metà di un tempo”. Il termine greco qui tradotto “dei” significa il minimo del plurale, e cioè due, per un totale di tre tempi e mezzo. Ora, basta confrontare Apocalisse 12:14 con Apocalisse 12:6, nel quale si dice che una donna fugge nel deserto dove viene nutrita per 1260 giorni, e dividendo tale numero in tre e mezzo, si capisce che un tempo è pari a trecentosessanta giorni. Non bisogna esere dei geni matematici per moltiplicare 360x7. Uguale: 2520 giorni. E’ vero, sono ancora pochi, meno di sette anni. Ma è qui che la cosa si fa interessante. In base a Numeri capitolo 14 versetto 34 un giorno vale un anno. Quindi abbiamo 2520 anni. Prova del nove?
I libri di storia ci dicono che verso il primo secolo in Israele c’era una grande aspettazione del Messia. Perché? Perché le profezie di Daniele erano accurate sia per quanto riguarda la distruzione del tempio, sia per quanto riguarda la venuta del Messia. Queste non possono essere che esatte, e non possono che riferirsi a quel preciso periodo storico. Daniele ci dice che la distruzione del tempio avverrà poco dopo la venuta e la morte del Messia.
“Dall’emanazione della parola di restaurare Gerusalemme fino al Messia il Condottiero, ci saranno sette settimane anche sessantadue settimane………” per un totale di sessantanove settimane (Daniele 9:25). “l’emanazione”, “la parola” di ricostruire Gerusalemme ed il suo tempio fu emanato dal re Artaserse nel 455 avanti Cristo, come dice il libro di Neemia:
“E avvenne nel ventesimo anno di Artaserse, nel mese di Nisan………”, il re diede il permesso agli ebrei di ritornare in patria. Da fonti secolari si sa che il re Artaserse cominciò a regnare nel 475 a.C. Aggiungendo 20 anni viene fuori la data del 455 a.C.
Ora, 69 settimane sono 483 giorni. Se in base alla regola biblica di Numeri 14:34 trasformiamo i giorni in anni cosa succede? Che abbiamo 455 anni da sottrarre ad altri 483 anni. Facendo questa operazione e tenendo conto che non esiste anno zero, viene fuori il 29 d.C. E quello fu proprio l’anno in cui Gesù si presentò da Giovanni per farsi battezzare, diventando il Messia. Daniele 9:27 aggiunge:
“Ed Egli deve tenere in vigore il patto per una settimana. E a metà della settimana farà cessare (con la sua morte) sacrificio e offerta di dono”.
Qui Daniele parla della morte di Gesù, che compì il suo ministero terreno in tre anni e mezzo, metà settimana, e alla fine della settimana, nel 36 d.C., Dio verso, alla Pentecoste, il suo spirito su apostoli e discepoli.
Ora, se questo conteggio si rivela esatto per la venuta del Messia e la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, perché non dovrebbe esserlo anche per “la fin del mondo”?
L’Apocalisse 12:7-10 ci dice che alla fine dei sette tempi Michele, che è il Gesù Cristo resuscitato, supportato dai suoi angeli, comincia a regnare in cielo dopo aver scacciato Satana e i demoni sulla terra. Cristo ha già cominciato a regnare? Sono finiti “i sette tempi”?
Nel libro di Edra si parla del re persiano Ciro il Grande. Da fonti secolari si a che Ciro conquistò Babilonia nel 539 a.C.. Se a questa data si aggiunge “…il primo anno di Ciro”, come si dice in Esdra 1:1, si arriva al 538 a.C. Nel terzo capitolo di Esdra si dice che il popolo ebraico si riuniva dopo sette mesi a Gerusalemme, probabilmente verso la fine del 537 a.C.
Se a questa data aggiungiamo i 70 anni di esilio ebraico in Babilonia si arriva al 607 a.C. In quell’anno succede qualcosa a Gerusalemme. Ezechiele riporta i fatti nel 21esimo capitolo del suo libro, ai versetti 25 e 27. Nabucodonosor dopo aver conquistato Israele mise sul trono di Gerusalemme Sedechia, un suo parente, come capo di un governo fantoccio. Egli “sedeva come re sul trono di Yhwh”. Nel 607 Sedechia si ribellò a Nabucodonosor col risultato di far portare in esilio anche gli ebrei che erano rimasti nel paese dopo la prima invasione babilonese. Prima di questo fatto Dio aveva annunciato qualcosa di veramente importante anche per noi oggi. Disse a Sedechia:
“Rimuovi il turbante e togli la corona. Questa non sarà la stessa……………..In quanto a questa certamente non diverrà di nessuno finchè non venga colui che ha il diritto legale e a lui la devo dare”.
La corona non doveva essere più la stessa perché non si sarebbe trattato di un’incoronazione terrena. “Colui che ha il diritto legale” era Gesù e sarebbe stato incoronato nei cieli da suo padre Yhwh. Poiché la nazione d’Israele rappresentava il trono di Dio sulla terra, come si dice in 1Cronache 29:23, quando il re Sedechia cadde non ci fu più nessuno a rappresentare Dio sulla terra. Attenzione: i sette tempi partono da quando Sedechia tolse la corona, nel 607 a.C.
Da quando cioè non ci fu più nessuna nazione che rappresentasse il Regno di Dio sulla terra.
Ora, se a quella data, 607 a.C., aggiungiamo i 2520 anni dei sette tempi, e calcolando che non esiste anno zero, si arriva al 1914. Tutti noi che siamo in vita sappiamo cosa accadde in quella data e dopo. Il mondo non fu più lo stesso. Non si erano mai conosciute guerre mondiali, bombe atomiche e missili a testata nucleare. Sì, stiamo vivendo il “tempo della fine”. Ricordate le parole di Gesù? La grande tribolazione, il segno della fine dei tempi.
“Questa generazione non passerà affatto”.
Di quale generazione parlava Gesù? Di quella nata nel 1914. Il mondo finirà prima che l’ultimo nato quell’anno muoia.
Curiosamente le analogie con la fine del mondo predetta dal calendario Maya nel 2012 combacia moltissimo con quella predetta dalla Bibbia. Solo una coincidenza?
martedì 4 maggio 2010
11 Settembre 2001; la verità è ancora lontana.
La versione ufficiale degli attentati dell'11 settembre 2001, in breve è questa:
L'11 settembre 2001, diciannove terroristi arabi suicidi pieni di odio verso la libertà e la democrazia americana hanno dirottato (armati di taglierini) quattro aerei di linea (per la precisione due Boeing-757 e due Boeing-767 della American e della United Airlines) e ne hanno fatti schiantare due contro le Torri Gemelle del World Trade Center (WTC) di New York, ed un terzo contro il Pentagono, per mostrare la propria devozione ad Allah e punire il blasfemo impero capitalista americano.
Il quarto (il volo UA-93) a quanto ci è stato riferito si è schiantato al suolo nella Pennsylvania occidentale, dopo che i passeggeri hanno contrastato i terroristi, li hanno sopraffatti, e in un gesto di eroismo si sono sacrificati per evitare altre morti (noi questo lo sappiamo perché i terroristi di quel volo hanno ordinato ai passeggeri di chiamare i loro cari a casa e di raccontare tutto quello che stava accadendo. Chissà perché, boh... Usanze arabe. Ma grazie a questo conosciamo molti dettagli sulla vicenda che altrimenti non avremmo mai potuto sapere).
Le Torri Gemelle sono poi crollate perchè la loro struttura ha ceduto in seguito agli incendi causati dagli schianti degli aerei, e un altro grattacielo, il WTC-7, a oltre 200 metri di distanza, è crollato a sua volta per via di alcuni incendi che si erano sviluppati al suo interno (in modo tuttora non chiarito). Tutti e tre gli edifici sono crollati sulla loro pianta, in perfetta verticale, e la nuvola di cemento polverizzato che hanno sprigionato ha ricoperto buona parte della città e ha purtroppo intossicato gravemente molti soccorritori, che ora, ad anni di distanza, sono morti o si ritrovano con i polmoni malati.
Dopo due giorni da questi fatti, l'FBI ha tirato fuori dal cilindro, in modo tuttora imprecisato, i nomi e le identità dei 19 dirottatori, e da allora quei 19 volti sono per tutto il mondo i colpevoli del più grande attentato terroristico della storia.
Perché dubitare di questa versione?
Perché è assurdo, contraddittorio, illogico o proprio impossibile:
1 - Che l'FBI sia stata in grado di identificare tutti e diciannove gli attentatori (cosiddetti "suicidi") in meno di 48 ore, fornendo tanto di fotografia per ciascuno (per alcuni addirittura due), nonostante nessun nome arabo apparisse nelle liste passeggeri (controllate voi stessi), ed almeno la metà di loro fosse del tutto sconosciuta alla autorità stesse, al momento degli attentati, per loro stessa ammissione.
2 - Che Osama bin Laden abbia ordito questa macchinazione infernale, la cui preparazione sarebbe durata cinque anni,
a) puntando tutto sulla totale inesperienza dei suoi piloti/dirottatori,
b) nonostante non avesse nessun vero motivo per farlo (a parte un imprecisato "odio per la democrazia americana"),
c) non abbia infatti mai rivendicato gli attentati,
d) chi ne ha tratto ogni vantaggio sia stata la stessa amministrazione che lui voleva colpire, per quanto ne conoscesse alla perfezione progetti geopolitici e interessi specifici.
3 - Che le autorità americane, che hanno voluto mostrare infinite volte l'impatto degli aerei nelle Torri, non abbiano mai presentato al pubblico una sola immagine dell'aereo che si avvicinava al Pentagono (a parte questo e questo ridicoli filmatini che mostrano tutto tranne un boeing 757), quando
a) decine di telecamere avrebbero dovuto filmarlo (e almeno 4 da distanza ravvicinata),
b) si sa per certo che di almeno due di questi nastri siano stati sequestrati dall' FBI (fonte), e
c) la mancanza dei rottami del 757 (vedi qui, qui e qui) sia proprio l'elemento su cui si fondano tutte le accuse rivolte all'amministrazione.
4 - Che parimenti non abbiano saputo mostrare nessuna immagine di video-security dei dirottatori all'imbarco dei rispettivi voli, quando i dubbi sulle loro identità sono forse il secondo punto debole dell'intera versione ufficiale.
5 - Che Mohamed Atta e Aziz Alomari, dopo anni di accurata preparazione, abbiano rischiato di vanificare la loro intera missione, andando a cercarsi - senza motivo apparente - una coincidenza aerea talmente stretta, che ha nel frattempo permesso agli investigatori di venire in possesso di preziosi elementi per l'indagine.
6 - Che un dirottatore in procinto di morire scriva alla propria fidanzata - con la quale sta da 5 anni - sbagliando il suo indirizzo, ma si ricordi in compenso di mettere il proprio di ritorno, in caso di disguido postale (fonti: Guardian e BBC). Ed in genere che un po' tutti i dirottatori, attenti e precisi come dovevano essere, abbiano saputo disseminare lungo il loro percorso soltanto copie del corano, carte di credito, documenti con le istruzioni per i morituri e manuali di volo in quantità industriali (fonte: CNN). Il ministro tedesco Von Bulow riassume bene questa ridicola situazione.
6 bis - Che i suddetti dirottatori siano stati inoltre tanto deficienti da sbronzarsi la sera prima degli attentati (tanto un 757 si pilota anche senza mani, no?), nonostante non potessero bere alcool in quanto musulmani, e da scordarsi, guarda un po' il caso, una copia del Corano nello strip bar in cui erano andati (da non credere... musulmani, per giunta estremisti, misogini e puritani all'ennesima potenza, che si ubriacano in uno strip bar e poi si scordano il loro libro sacro come se non avesse la minima importanza...)
7 - Che ben quattro piloti dilettanti, nemmeno tutti provvisti di licenza, con una pessima reputazione alle scuole di volo (tra l'altro per piccoli aerei da turismo e non per grandi aerei commerciali), e che non si sono mai seduti prima ai comandi di un 757 o 767, siano stati perfettamente in grado di prenderne possesso in quota, di guidarli con sicurezza senza commettere il minimo errore, di orientarsi in cieli in cui non hanno mai volato (alcuni di loro non avevano mai volato del tutto), di ritrovare bersagli che si trovavano a centinaia di miglia di distanza, e di centrare questi ultimi con freddezza e precisione assolute. Uno di loro in particolare, Hanjour, avrebbe fatto tutto questo compiendo alla fine una spettacolare cabrata di cui è capace solo un caccia militare, e poi una manovra di approccio (al Pentagono) tanto illogica quanto fisicamente impossibile (vedi qui) per aerei di quelle dimensioni.
8 - Che di otto piloti su otto - due piloti e co-piloti della American, altrettanti della United - nemmeno uno abbia fatto in tempo ad azionare il segnale di emergenza che indica a terra un dirottamento in corso. Corrisponde al pulsante che gli impiegati di banca hanno a portata di mano, per segnalare alla polizia un'eventuale rapina. Questa mancata segnalazione ha permesso alle autorità di allungare considerevolmente il periodo di tempo in cui possono sostenere di "non aver capito" che si trattasse di dirottamenti e giustificare così l'inattività dell'aviazione. Ma in realtà, dopo il primo dirottamento accertato, avrebbero dovuto comunque reagire immediatamente allo spegnimento del transponder (fra l'altro inspiegabile anch'esso) negli altri tre. La cosa invece non è avvenuta.
9 - Che 19 dirottatori, che volano a centinaia di miglia di distanza l'uno dall'altro, e che non siano collegati ad una regia esterna, siano in grado di compiere una determinata manovra in perfetta coordinazione con quella di un altro (impatto dell'uno, spegnimento transponder dell'altro), pur essendo partiti da scali diversi, in orari diversi da quelli previsti, ed essendo impossibilitati a comunicare direttamente (cellulari e ricetrasmittenti non funzionano a quella quota e a quella velocità).
10 - Che abbiano scelto in primo luogo una strategia così assurda, attendendo che ciascuno colpisse il suo bersaglio prima che l'altro entrasse in azione, con due di loro (vedi qui e qui) che si sono addirittura allontanati di 300 miglia dal bersaglio che già avevano a portata di mano. Una strategia che avrebbe potuto funzionare solo nel caso di un improvviso quanto improbabile stallo totale della difesa aerea americana. Che poi è "miracolosamente" avvenuto.
11 - Che la difesa aerea più sofisticata del mondo sia andata così convenientemente in stallo proprio in quelle due ore cruciali, non riuscendo in nessun modo a fermare, o anche solo ad abbordare, uno solo dei 4 aerei.
12 - Che altrettanto convenientemente fossero in corso, proprio in quelle ore e in quei cieli, varie esercitazioni assolutamente identiche a ciò che stava davvero avvenendo ai quattro aerei dirottati. Questo infatti ha contribuito non poco ad aumentare il già notevole disorientamento dei controllori, civili e militari, causato da una serie di ordini contraddittori di cui non si è mai conosciuta l'origine.
13 - Che di questo imbarazzante stallo non sia stata mai fornita nessuna spiegazione, nè risulti che sia stato punito, o anche solo individuato, un solo responsabile per quanto avvenuto. (Di solito, in situazioni come questa, avviene l'esatto contrario: si trova d'urgenza un capro espiatorio, da dare al più presto in pasto ai media.) Anzi, assurdamente è avvenuto proprio il contrario: i maggiori responsabili di una tale negligenza sono stati tutti promossi, dopo l'11 settembre 2001, come se il loro lavoro lo avessero fatto alla perfezione (e forse è proprio così, in un certo senso...)!
14 - Che molti passeggeri abbiano compiuto telefonate in volo coi loro cellulari, quando questo si è dimostrato praticamente impossibile, per almeno tre motivi.
15 - Che di un aereo schiantatosi al suolo, e ufficialmente non abbattuto in aria (UA93), si possano trovare rottami e resti per un raggio di circa 8 miglia (13 Km).
16 - Che le autorità americane abbiano sostenuto - e continuino a sostenere - che il WTC7 sia crollato per conto proprio, a causa di un semplice incendio, quando sono state smentite dallo stesso padrone del WTC Plaza, Larry Silverstein, che ne ha ammesso invece pubblicamente la demolizione controllata. Senza contare le numerosissime prove che indicano che non può essere stato un crollo spontaneo.
17 - Che le stesse autorità sostengano che le Torri Gemelle siano crollate per il solo impatto degli aerei, e conseguenti incendi, quando
a) il progetto prevedeva chiaramente che avrebbero potuto assorbire l'impatto di più di un grosso jet commerciale, come spiega in un'intervista lo stesso progettista Frank de Martini (scarica l'intervista - 742 Kb),
b) per spiegarne il crollo passivo e perfettamente verticale sia necessario violentare oltre ogni limite le leggi della fisica, ignorando soprattutto le proprietà di dispersione del calore dell'acciaio, e
c) i reperti visivi e le testimonianze dirette degli stessi pompieri siano pesantemente a favore della demolizione controllata, così come le molte analisi ingegneristiche.
18 - Che ulteriori leggi della fisica siano state sospese, permettendo a dei passaporti di normale cartoncino di sopravvivere ad una esplosione a circa 800 gradi centigradi, e che questi passaporti appartenessero proprio a dei dirottatori e siano stati trovati casualmente proprio da agenti dell'FBI. Cosa che, oltre che al WTC, è successa anche per il volo UA-93, nel qual caso sono state trovate moltissime cose appartenenti ai dirottatori in condizioni incredibilmente buone (delle foto sono a questa pagina, un video che mostra i reperti ritrovati è visibile qui), ma, stranamente, nessun rottame riconoscibile di aereo. Guardate una foto ad alta definizione del magico passaporto trovato al WTC: il mio è in condizioni peggiori, e non si è trovato in mezzo allo schianto di un aereo contro un grattacielo.
19 - Che il Pentagono sia stato colpito da un Boeing-757 carico di passeggeri e carburante, nonostante
a) alcune foto, la cui autenticità è fuori dubbio, mostrino in maniera disarmante la totale assenza dei suoi relitti.
b) sulla facciata ancora integra del Pentagono risulti solo un foro di entrata di non più di tre-quattro metri,
c) 20 finestre su 26 di quella facciata avessero ancora i vetri intatti, dopo l'impatto, e
d) esista un foro d'uscita, di dimensioni simili, addirittura all'interno del terzo anello del Pentagono, la cui origine non è mai stata spiegata da nessuno, e che rimane a tutt'oggi assolutamente inspiegabile.
20 - Che nonostante la totale scomparsa dell'aereo sia stato possibile recuperare ed identificare i resti di quasi tutti i passeggeri, compreso quelli dei dirottatori. Ovvero, che acciaio e alluminio brucino, ma la carne umana no.
21 - Che già neanche 15 minuti dopo che il secondo aereo aveva colpito il WTC veniva indicato il nome di Bin Laden quale colpevole mandante degli attentati, e senza presentare alcuna prova.
Un tempo davvero record per la risoluzione delle indagini: mai nella storia delle investigazioni su questioni di terrorismo internazionale c'è stata una soluzione del caso nell'ordine di minuti, doppiamente incredibile se unita all'ammissione ufficiale delle autorità investigative Usa secondo cui fino al momento degli attentati si sarebbero fatte trovare completamente all'oscuro ed ignare di tutta la trama pluriennale del complotto. (Cosa poi risultata falsa)
22 - Che le parole di Van Romero (uno dei massimi esperti in materia, vice-presidente del New Mexico Tech Institute, già direttore del "Energetic Materials Research and Testing Center" che studia gli effetti delle esplosioni controllate degli edifici), pronunciate poche ore dopo gli attentati: "La mia opinione è che dopo l'impatto degli aerei con le torri ci sono state alcune cariche esplosive piazzate all'interno degli edifici che hanno provocato il collasso delle torri", siano completamente false, e che stia mentendo per qualche motivo.
Questa ipotesi è inoltre avvalorata dai dati sismografici (vedi ad esempio quelli della Columbia University qui e qui). Sono state infatti registrate due scosse di magnitudine 2.1 e 2.3 (di gran lunga troppo elevate per semplici crolli spontanei) al momento esatto dell'inizio dei crolli delle due torri, PRIMA che i primi blocchi e le prime macerie impattassero a terra. Questo sembra indicare l'impiego di potenti esplosivi appena prima del crollo delle Torri.
23 - Che sia solo un'incredibile coincidenza che i militari americani stessero predisponendo piani di guerra contro l'Afghanistan già da mesi prima degli attentati dell'11 settembre. Forse stavano cercando qualche evento che spingesse il pubblico americano, generalmente disinteressato, verso una guerra, come avvenuto in passato (vedi precedenti storici all'11 settembre) e come progettavano di fare dagli anni '60?
24 - Che documenti cartacei e passaporti che incriminavano bin Laden siano stati trovati intatti presso le rovine del WTC mentre le scatole nere degli aerei - progettate per resistere ad ogni tipo di incidente - erano danneggiate al punto da risultare inutilizzabili (tutte). Dovrebbero costruirle dello stesso materiale dei passaporti arabi.
25 - Che anche a distanza di giorni e persino di settimane dagli attentati al WTC agli operatori video sia stato proibito di riprendere o fotografare le macerie da determinate angolazioni, così come lamentato dal corrispondente della CBS Lou Young, il quale ha chiesto: "Cos'hanno paura che vediamo?"
26 - Che un piano terroristico così sofisticato, che ha implicato almeno 100 persone e una preparazione di almeno cinque anni, sia riuscito a sfuggire a tutti i servizi di intelligence, in particolare CIA ed FBI. E che, invece di cercare e destituire i responsabili di questo fallimento e di ristrutturare completamente queste agenzie, stiano raddoppiando il loro budget.
27 - Che la Torre Sud del WTC sia crollata per prima, quando era molto meno danneggiata della Torre Nord, che era stata colpita in pieno ed è bruciata per molto più tempo prima di crollare (vedi qui i danni della Torre Nord e quelli della Torre Sud).
28 - Che i molti testimoni che affermano di aver sentito ulteriori esplosioni all'interno degli edifici del WTC stiano mentendo per qualche strano motivo. E perché la distruzione delle Torri è sembrata più una implosione controllata che un cedimento spontaneo?
29 - Che i numeri dei sedili dei dirottatori, comunicati tramite una conversazione con cellulare dalla hostess di bordo Madeline Amy Sweeney al Controllo del Traffico Aereo di Boston, non coincidono con i numeri dei sedili occupati dagli uomini che l'FBI afferma siano stati i responsabili perchè anche quest'hostess ha mentito per qualche strano motivo.
30 - Che anche il Ministero degli Esteri dell'Arabia Saudita e i vari giornali che hanno pubblicato la notizia hanno mentito, quando hanno comunicato che alcuni dei presunti dirottatori non si trovavano a bordo degli aerei dirottati e di fatto sono tuttora in vita. Perché questi nomi si trovano ancora sulla lista dell'FBI? E perchè, se come hanno sostenuto alcuni si tratta di casi di omonimia, hanno anche le stesse facce, gli stessi dati anagrafici, gli stessi titoli di studio e gli stessi lavori dei presunti dirottatori? Sono tutti sosia perfetti e contemporaneamente anche omonimi, con in più una vita identica a quella dei dirottatori? C'è la stessa probabilità di vincere cento volte di fila alla lotteria. Senza comprare il biglietto.
31 - Che, fra tutte le scuole di volo presenti in America, subito dopo gli attentati gli agenti dell'FBI siano andati precisamente in quelle dove si sarebbero addestrati i dirottatori, a colpo sicuro, e abbiano indovinato quali scuole fossero "per pura fortuna".
32 - Che uno dei dirottatori citati si sia portato un bagaglio per un volo suicida e lo abbia poi lasciato nella sua macchina all'aeroporto assieme ad una lettera che lo indicava come colpevole.
33 - Che l'America abbia bombardato l'Afghanistan e l'Iraq quando i dirottatori non erano né afghani né iraqeni, ma arabi provenienti da vari paesi mediorientali. E' come se la Francia facesse un attentato alla Germania, e la Germania per tutta risposta bombardasse l'Italia. Non ha senso, a meno che l'attentato non sia solo un pretesto per attuare piani che erano pronti già da molto prima e per poter attaccare chiunque e dovunque, a prescindere dalla sua nazionalità, solo in virtù del sospetto che si tratti di terroristi o di gente che favorisce dei terroristi.
34 - Che i terroristi siano riusciti ad ottenere i segretissimi codici e segnali della Casa Bianca e dell' Air Force One - pretesto per sballottare il Presidente Bush per tutto il paese l'11 settembre, mente intanto Cheney prendeva in mano la situazione e faceva i suoi comodi (fonte).
35 - Che i testimoni che hanno parlato di un secondo aereo che seguiva il volo UA-93 (quello che sarebbe precipitato al suolo in Pennsylvania per una coraggiosa ribellione dei passeggeri) e di palle di fuoco esplose in aria stiano tutti mentendo per qualche misterioso motivo, e che un aereo che si schianta al suolo spedisca rottami a 13 Km di distanza e faccia solo una buca di una decina di metri al suolo, non lasciando nessun rottame riconoscibile.
qui).
36 - Che i notiziari abbiano descritto alcuni passeggeri del volo UA-93 mutilati e con la gola tagliata con dei taglierini (fonte), mentre la rivista "Time" del 24 settembre ha riportato che uno dei passeggeri ha chiamato a casa col cellulare per riferire: "Siamo stati dirottati, ma ci stanno trattando gentilmente".
37 - Che gli occasionali messaggi video di Osama bin Laden siano stati dichiarati completamente FALSI da un istituto svizzero che si occupa di autenticare materiale audiovisivo, ma che vengano comunque presi come prova della colpevolezza di bin Laden e come scusa per invadere e depredare qualunque nazione vogliano, nonostante bin Laden abbia negato più volte di aver avuto qualcosa a che fare con gli attacchi dell'11 settembre.
38 - Che, nonostante i crolli perfettamente verticali di edifici siano un evento talmente difficile da realizzare che solo poche compagnie di demolizioni controllate al mondo ci provano, e sia una cosa che comunque richiede sempre settimane di accurata pianificazione, l'11 settembre 2001 siano avvenuti ben tre crolli verticali del tutto spontanei, tutti lo stesso giorno e allo stesso identico modo, cosa che è stata più volte e chiaramente dichiarata IMPOSSIBILE dal punto di vista matematico e fisico da centinaia di ingegneri.
Tutti questi punti elencati (tratti da luogocomune.net, da disinformazione.it e in alcuni casi aggiunti da me) sono assurdi, illogici, contraddittori o semplicemente impossibili.
Queste incredibili incongruenze risultano molto sospette, soprattutto considerando che ad oggi non è stata fornita al mondo una sola prova autentica che leghi bin Laden o la sua presunta organizzazione agli attentati di quel giorno, e che diversi personaggi al vertice dell'amministrazione (John Ashcroft, Ministro di Giustizia, Theodore Olson, Procuratore Generale, Donald Rumsfeld, Ministro della Difesa) hanno ripetutamente dichiarato che è assolutamente lecito, per un governo, mentire al mondo intero - nemici ed amici compresi - pur di raggiungere i propri fini.
domenica 27 dicembre 2009
STORIA MODERNA DELLE BRIGATE ROSSE - Marco aru
Capitolo v
IN FRANCIA
I primi ad accennare all’esistenza di una centrale eversiva a Parigi furono, nel 1974, Giulio Andreotti e Guido Giannettini […] Andreotti parlò di Parigi nel famoso articolo in cui affermava che coprire l’agente Giannettini “fu uno sbaglio grave” e Giannettini parlò diffusamente di questa centrale parigina in un memoriale che scrisse durante il volo verso l’Italia quando, anche in seguito all’intervista di Andreotti, decise di costituirsi all’ambasciata italiana a Buenos Aires. Nell’intervista Andreotti, rispondendo a una domanda del giornalista, disse: “Sono ancora convinto che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo rivoluzionario”. La polemica su Giannettini divenne rovente e il giornalista, che viveva a Buenos Aires, l’11 agosto 1974 si costituì all’ambasciata italiana di quella città. Nel volo verso Roma riempì quaranta pagine manoscritte nelle quali affermò, tra l’altro, che nei primi mesi del 1973 sarebbe stata costituita a Parigi una centrale terroristica di estrema sinistra controllata dai servizi segreti israeliani. Il suo nome in codice, secondo Giannettini, sarebbe stato Think-Tank. La prima vittima del Think-Tank sarebbe stata Luis Carrero Blanco, presidente del Consiglio spagnolo.
Secondo Giannettini, gli atti di terrorismo organizzati da questa centrale – che avrebbe avuto connotazioni esteriori di sinistra – avrebbero risposto all’esigenza del Mossad e del governo israeliano di impedire che nei vari paesi prevalessero tendenze filoarabe e antiisraeliane. Strumenti del Mossad all’estero, secondo Giannettini, sarebbero stati i partiti socialisti e le formazioni rivoluzionarie della sinistra extraparlamentare […] Nella stessa estate del 1974 il giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio acquisì anche una lettera-memorandum che Giannettini aveva indirizzato – egli afferma fin dal marzo 1973 – al generale Gian Adelio Maletti, all’epoca capo del reparto D del SID, nella quale elencava alcune fra le ricerche operative che egli avrebbe compiuto negli anni precedenti per conto del SID […] Nel memorandum si legge tra l’altro: “Estate 1967, sui retroscena degli interventi della CIA per le aperture a sinistra in Europa […] 1968, sulle centrali americana e britannica della internazionale della contestazione […] Inizio 1969, sui movimenti della sinistra extraparlamentare in Italia e sui suoi collegamenti internazionali […] 1973, su centrale clandestina di estrema sinistra operante sul vertice dell’Esercito italiano, in contatto con i servizi speciali di Brandt […] 1973, sull’internazionale della contestazione europea, suoi collegamenti e sue attività”. È il caso di ricordare che Mino Pecorelli nel 1977 pubblicò stralci di un documento attribuito allo SDECE, il servizio segreto francese, nel quale si sostiene la stessa tesi di Giannettini. Scriveva Pecorelli: “Nel
Scrive a questo proposito Saverio Tutino: “Anche in Argentina
La vicenda Hyperion sembrò concludersi nel peggiore dei modi, con indagini strangolate e una campagna innocentista che coinvolse non solo una parte cospicua della sinistra francese e settori della sinistra italiana, ma fu caratterizzata anche dall’intervento pesante dell’abbé Pierre, fondatore del movimento Emmaus e animatore di molte iniziative in favore di poveri e diseredati. Dopo una carriera prestigiosa nelle file della Resistenza, si era candidato alle elezioni per l’Assemblea costituente ed era stato eletto come indipendente nelle liste del Mouvement républicain populaire del generale de Gaulle. Nel corso del suo mandato era però entrato in contrasto con i parlamentari dell’MRP ed era passato al gruppo della sinistra indipendente. Nelle elezioni del 1951 non fu rieletto e si dedicò ad attività di aiuto e sostegno dei poveri e di coloro che erano privi di alloggio. Nel 1954 fondò l’organizzazione Compagnons d’Emmaus, un insieme di comunità presenti in trentacinque paesi. Forte del suo prestigio lo spese tutto per sostenere l’innocenza degli uomini dell’Hyperion. È un dato di fatto giudiziariamente accertato che la fotografia di Innocente Salvoni, comparsa durante il sequestro Moro in un elenco di venti terroristi sospettati di aver partecipato al sequestro, fu poi tolta dall’elenco dopo una visita dell’abbé Pierre a Roma presso la sede della Democrazia Cristiana […] Innocente Salvoni è coniugato con Françoise Marie Tuscher, cittadina svizzera figlia della sorella dell’abate. I due coniugi furono indicati fin dal 1972 quali maggiori animatori del gruppo di estrema sinistra Superclan, organizzazione di Milano che in quel periodo era composto da elementi provenienti da vari movimenti extraparlamentari e, in modo più specifico, dalle Brigate Rosse. Ma su Innocente Salvoni pendevano ben più corposi sospetti: due testimoni che si trovavano casualmente a passare in via Fani quando Aldo Moro fu rapito e la sua scorta sterminata riconobbero Salvoni come una delle due persone che avevano accompagnato a un bar Franco Bonisoli che, per l’emozione del momento, si era sentito male. In realtà, proprio nel periodo del sequestro Moro, l’Hyperion aprì tre sedi di rappresentanza in Italia: due a Roma (una in via Nicotera
Uno dei magistrati che ha analizzato più a fondo il nodo politico-strategico che si cela dietro la scuola di lingue è Rosario Priore. Gli abbiamo chiesto una valutazione: “L’Hyperion, un tempo Agorà, oggi Kiron – e la scelta dei nomi già ne indicherebbe a sufficienza l’essenza e le finalità – è il luogo, fisico e non, dell’incontro delle eversioni e delle insorgenze, a prescindere dalle ragioni e dai torti. Il luogo del confronto delle lotte armate, del gotha delle organizzazioni che la praticano, dalle periferie del pianeta alle metropoli. E quindi della conflittualità al tempo della guerra fredda e oltre. E perciò delle presenze di tutti quei servizi più o meno mimetizzati, degli Stati interessati a monitorare, di più, a pilotare le evoluzioni di quei movimenti, organizzazioni e persino istituzioni che si incontravano e dibattevano presso quel luogo. È in questa agorà, dopo anni di contatti informali, che le nostre BR furono immediatamente convocate – dopo i successi della campagna di primavera ’78, con l’attacco al cuore dello Stato e l’operazione Moro – osannate per capacità e potenza militare e richieste di maggior impegno sul piano internazionale […] Tutto questo in territorio di Francia, terra d’asilo per eccellenza quanto meno dall’Ottocento, rafforzata in questa ideologia e politica dalla dottrina Mitterrand. Costui avrà tentato di mettere questa particolarissima situazione di fatto, cioè la concentrazione di tutte queste forze, al servizio del proprio paese, concependo su queste basi un grande disegno politico. E a questi disegni non poteva restare estranea, considerata la militanza del presidente in quel periodo della sua vita, un’area certamente non istituzionale del partito e dell’Internazionale socialista, che di certo saranno stati a conoscenza dei fatti e avranno tentato di trarne vantaggio. Queste considerazioni sarebbero potute rimanere delle pure ipotesi se non avessimo trovato in certi brigatisti delle tesi che le confermavano. Un terzo giocatore tra USA e URSS, tra capitalismo e comunismo, una grande entità socialista radicata in Europa, con un asse tra
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QUATTRO GATTI
L’anno che va dalla morte di Tobagi (28 maggio ’80) all’arresto di Moretti (4 aprile ’81) è tra i meno chiari della storia delle BR. Matura la separazione che si consumerà subito dopo tra l’Esecutivo e la colonna Walter Alasia. Emerge il problema degli infiltrati. Moretti appare rassegnato alla fine della parabola iniziata tre anni prima (con la scoperta del covo di via Gradoli e la “trattativa” con i servizi). Nell’aprile ’80, mentre si prepara l’attentato a Tobagi (l’Arma lo apprende da un infiltrato), la stampa dà notizia di un’altra infiltrazione: si tratta della confessione del brigatista Marino Pallotto (12 aprile) che fa arrestare membri di un gruppo armato di cui fa parte e che è collegato alla colonna romana delle BR, operante a Monte Mario. Entratovi alla fine del ’78, vi aveva trovato Paolo Santini, arrestato con lui il 28 dicembre ’79. il 9 gennaio Santini “dichiara al giudice di aver agito su incarico dei carabinieri del nucleo operativo di Roma. Sostiene di aver sempre informato il colonnello Cornacchia. La sua versione è confermata dal colonnello, per cui il giudice ne ordina la scarcerazione”. Il colonnello, comandante del nucleo investigativo di Roma, è iscritto alla P2; è tra i primi ad accorrere in via Fani, partecipa alle indagini, nel ’79 compie i primi accertamenti sull’omicidio Pecorelli, ammetterà davanti alla Commissione Moro di disporre di un infiltrato nelle BR, forse lo stesso Santini, in realtà facente parte di un gruppo fiancheggiatore. Pallotto si suicida in carcere, Santini è in libertà, negli stessi giorni l’Arma dispone di un altro infiltrato nel gruppo che sta per uccidere Tobagi: Rocco Ricciardi, postino a Varese, confidente dal 24 marzo ’79. egli ammetterà di essere un confidente, di aver fatto arrestare militanti, di aver preannunciato l’omicidio di Guido Galli ma non quello di Tobagi. Si permetterà di criticare “leggerezze sul mio conto anche da parte dell’onorevole Scalfari che ha fatto il mio nome in Parlamento, esponendomi a rappresaglie e mettendo così in pericolo anche i miei familiari”. Ma che abbia informato sull’omicidio è ampiamente documentato. I precedenti delle infiltrazioni risalgono alle Formazioni Comuniste Combattenti, dalle quali deriva la “Brigata 28 marzo” (la data di via Fracchia), guidata da Marco Barbone (“Barboncino”). Le FCC erano state fondate da Alunni, col quale collaborava il ventenne Barbone. Dopo l’arresto di Alunni (settembre ’78), che il gruppo abbia potuto tranquillamente operare a Milano – dove le forze di sicurezza erano state in grado di colpire ininterrottamente il partito armato, dai giorni di Feltrinelli alla distruzione della colonna BR nel maggio ’72 – lascia supporre che fosse comunque sotto controllo. Si tratta di un gruppo raccogliticcio, che Barbone descriverà così: “Marocco, Felice e la sua ragazza, Zanetti, Balice, un suo amico di Saronno, la moglie di Balice, Bellerè, De Silvestri, Gianni, un amico di De Silvestri, Rocco (il postino), Brusa e la sua ragazza di cui ignoro il nome, le sorelle Zoni, un certo Pranzetti, Colombo, Marchettino di Varese, Bartisaldo e sua moglie, Piroli, Belloli Maria Rosa, un amico di Gianni, amico di De Silvestri”, oltre alla sua fidanzata Caterina Rosenzweig, che Barbone non cita. Da questo gruppo di “amici”, “ragazze” e “mogli” esce il gruppo (Mario Marano, Paolo Morandini, Daniele Laus, Manfredi De Stefano e Francesco Giordano) che il 7 maggio ferisce a casa sua il giornalista della Repubblica Guido Passalacqua; e il 28, dopo essersi appostato per ore in una via presso il carcere di San Vittore (zona quindi percorsa da macchine della sicurezza), uccide Tobagi, dando luogo a uno degli episodi di lotta armata più gravidi di dubbi e polemiche (per supposti mandanti nel mondo giornalistico, per una elaborata rivendicazione ricavata dalla rivista specializzata Ikon, difficilmente attribuibile a quel gruppo di spostati). Tra l’infiltrazione che precede l’omicidio Tobagi (con le citate caratteristiche che ne fanno un episodio particolare della lotta armata) e quella che porta all’arresto di Moretti, si colloca un periodo di difficoltà e anche di oscurità per le BR travagliate dai dissensi interni, anche per il ruolo di sempre maggior rilievo di Giovanni Senzani […] Dopo l’eco suscitata dall’omicidio Tobagi (maggio) e prima del sequestro D’Urso (dicembre), l’estate e l’inizio dell’autunno trascorrono senza eventi di rilievo, sino agli omicidi milanesi a opera della Brigata Alasia sempre più autonoma. Si è visto il duro colpo infilitto alle colonne di Torino (arresto di Micaletto) e di Napoli (cattura di Seghetti e Nicolotti). Questa la situazione di Genova, dopo via Fracchia e mentre sparisce Livio Baistrocchi, uno dei fondatori: “la strage di via Fracchia provoca un’esplosione ritardata. Decine di giovani sull’onda dell’emozione chiedono di entrare nelle BR e Lo Bianco, rimasto solo a guidarle, li accetta. ‘Ai primi arresti’ dice Fenzi, ‘arrivano in questura le madri, abbracci e baci con i ragazzini piangenti, l’invito materno subito raccolto a vuotare il sacco e in pochi giorni finirono tutti in galera’, le BR genovesi erano finite per sempre”. Francesco Lo Bianco era “rimasto solo” dopo l’arresto di Fulvia Miglietta e Gianluigi Cristiani. Che Fenzi, appena assolto, entri in clandestinità nel giugno ’80, proprio mentre ritiene “finite per sempre” le BR genovesi, è un’altra stranezza del periodo che può essere valutato attraverso una lunga riflessione postuma di Moretti. Ma prima va segnalato un episodio del tutto isolato, che movimenta a sinistra la peraltro relativamente tranquilla estate ’80, e che sarà eclissato dalla strage di Bologna (2 agosto). Il 25 luglio vengono rapiti a Barberino d’Elsa dov’erano in vacanza, Suzanne e Sabine Kronzucker, figlie di un amico di Franz Joseph Strass, il potente leader dell’Unione cristiano-sociale bavarese, ministro della Germania Federale, e il loro cuginetto Martin Waechtler. L’azione viene rivendicata da un gruppo che così si presenta: “Dalla base mobile operativa toscana intitolata al grande compagno Antonio Gramsci, Chaka II, capo dell’anonima sequestri operante in tutta l’Italia centrale elenca i mandanti della strage nazifascista messa in atto alla stazione di Bologna il 2 agosto [seguono i nomi di alcuni leader DC]. Chaka II creerà una nazione sarda, una seconda Cuba nel Mediterraneo, basteranno un migliaio di uomini, di veri sardi, a sconfiggere i colonizzatori sardi”. Il gruppo, guidato da Mario Sale, ottiene la pubblicazione del comunicato e probabilmente un riscatto. Rilascia i sequestrati e continua la sua attività senza implicazioni politiche. L’evocata strage di Bologna contribuisce, in quell’estate, a spostare l’attenzione dalla lotta armata di sinistra al cosiddetto terrorismo nero e stragista. Ovviamente Moretti non accenna a Chaka II ma neanche all’omicidio Tobagi, quando fa il punto della situazione, a partire da giugno e sino alle iniziative autunnali della Alasia: “Fenzi aveva partecipato alla stesura del famoso ‘documentone’. Appena fuori si avvede di colpo che una cosa è quel che immaginavano dentro e un’altra la realtà. Che non stessimo viaggiando sulla cresta dell’onda videro bene anche Marina Petrella e Luigi Novelli, usciti anch’essi di prigione in quel periodo e inseriti nella colonna romana. Con Fenzi ci intendiamo bene, discutiamo del ‘documentone’, ne recuperiamo gli elementi d’analisi che erano i soli utilizzabili.
De Gori è lo stesso legale che sostiene: “Per noi la prigione di Moro era al centro, nella zona compresa fra piazza del Gesù, sede della DC, via delle Botteghe Oscure, sede del PCI, il quartiere ebraico, cioè il ghetto, e il ministero di Grazia e Giustizia, nella quale si trova via Caetani dove Moro è stato ritrovato. È sempre rimasto lì intorno. I brigatisti non avrebbero mai corso l’altissimo rischio di superare, con Moro cadavere in macchina, il cordone sanitario di polizia e carabinieri presente giorno e notte in quella zona del centro”. Come si vede, è una fonte qualificata che permette di mettere in relazione l’arresto (“vendita”) di Moretti e la mai identificata prigione che dimostra come le BR abbiano fruito di singolari protezioni e complicità mai accertate. I servizi ne sono informati, arrestano Moretti quando è pronta l’ascesa di Senzani al vertice delle BR in fase di separazione consensuale. È questa loro capacità gestionale che li convince, raggiunto ormai l’obiettivo di tenere il PCI fuori dal governo, di essere in grado di svolgere un ruolo crescente di influenza politica, a fini propri, di Stato nello Stato (che è cosa diversa dal Doppio Stato) […] La situazione delle BR a livello nazionale, in quel periodo, è così descritta da Moretti: “Rimane integra la colonna romana. Ne fanno parte compagni come Luigi Novelli, Remo Pancelli, Marina Petrella e Pietro Vanzi. È sicuramente la colonna più compatta e sarà quella che guiderà il passaggio dalle Brigate Rosse al Partito Comunista Combattente. Poi ci sono Barbara Balzerani, Antonio Savasta e Francesco Lo Bianco che tra la colonna in Veneto e quel che rimane a Milano faranno parte della stessa tendenza. Ma al momento del mio arresto anche la colonna di Napoli, che è guidata da Giovanni Senzani e Vittorio Bolognese, è d’accordo con la linea dall’organizzazione sperimentata con D’Urso. Be’, ci dicemmo con Fenzi parlandoci tra le grate delle celle d’isolamento, forse c’è una speranza che vadano avanti, rimane Barbara, rimane Lo Bianco, rimane Savasta, che era uno dei più convinti, uno che aveva macinato molto della nostra storia”. “Forse c’è speranza” è tutto quello che può dire il leader ormai fuori gioco. Sulla carta, se a Milano di fatto c’è solo l’Alasia, le BR dispongono ancora di un migliaio di irregolari e di un centinaio di regolari […] Ma le forze di sicurezza potrebbero annientarle, come faranno pochi mesi dopo a seguito del sequestro Dozier. Eppure questa forza, ancora consistente, viene lasciata operare per realizzare ben quattro rapimenti in simultanea, mentre le tre volte più forti BR del sequestro Moro avevano dovuto accantonare il velleitario progetto di un secondo sequestro, quello di Leopoldo Pirelli […] Questa la situazione al momento dell’arresto di Moretti, la cui vicenda, prima dei processi, si conclude con un episodio nel carcere speciale di Cuneo che egli definisce “inspiegabile”: “Quella coltellata resta inspiegabile. Si possono fare supposizioni ma non mi piace fare supposizioni, su di me ne ho sentite troppe. Eravamo al passeggio, non ero solo, in senso inverso camminava un camorrista, tale Figueras, che, arrivato alla mia altezza, m’infila d’improvviso un coltello – una lama lavorata a coltello – nell’addome da sotto in su, come si vede nei film, un colpo per ammazzare. Non so come lo schivo, mi ferisce appena di striscio e la lama finisce sull’inferriata che mi sta dietro, storcendosi. È solo per questo che sono ancora vivo, quello continua a colpirmi all’impazzata, sono caduto, cerco di coprirmi con e mani, mi lacera mani e un braccio. Poi, forse convinto che con me ha raggiunto lo scopo, cerca di colpire anche Fenzi, che si trova al lato opposto del cortile. Riesce solo a infilzarlo a un fianco prima che un compagno, Agrippino Costa, reagisca e cerchi di bloccarlo. Ma a questo punto le guardie aprono il cancello e sparisce con loro, senza cercare di buttar il coltello, glielo dà. Non ho capito chi e perché mi volesse ammazzare, chi gli aveva dato quell’ordine. Non la camorra, con quella non c’erano né contatti né scontri. Credo che anche da parte dello Stato non fosse tutto chiaro, a un certo punto pesino alla DIGOS persero per un momento la testa, mi buttarono su una camionetta e correndo verso l’ospedale uno mi tenne per tutto il tragitto la pistola puntata alla fronte… Mi spedirono a Pisa per l’operazione chirurgica. Dopo il primo momento sedarono tutto. L’ordine è venuto da fuori. In quel momento era in atto il sequestro Cirillo e a Napoli gli interessi dei diversi poteri, legali e illegali, si intrecciavano e si sorreggevano a vicenda. Quel tentativo di sbudellarci poteva essere qualcosa di più di un avvertimento: voi tenete Cirillo, noi vi ammazziamo Moretti. “Noi” chi era? Resta il fatto che ci provarono e seriamente. A Pisa mi hanno curato benissimo”.
Pur se sono solo supposizioni, l’episodio è tanto importante che occorre avanzarne. La mia e probabilmente anche quella di Moretti né che fosse, appunto, un avvertimento che si rispettasse il patto del silenzio, prima dei processi, sui misteri del caso Moro, quelli di cui parla anche l’avvocato De Gori, il silenzio sul tiratore scelto di via Fani. Il carcere di Cuneo è quello in cui Dalla Chiesa, con la collaborazione di Pecorelli, che sui misteri molto ha scritto, e del direttore del carcere, avrebbe recuperato alcune “carte di Moro”. Per Cirillo furono condotte trattative proprio tra camorra, BR e servizi, anche nel carcere di Ascoli Piceno, dove era detenuto Cutolo e andrà poi Senzani. I rapporti tra BR e una supposta base proletaria della malavita organizzata erano stati teorizzati ne “L’albero del peccato”. Si dirà poi che il tiratore scelto poteva essere uno di quei “proletari”. Insomma, al “Noi: chi era?” di Moretti si può tentar di rispondere: chi voleva mandare un avvertimento perché i patti, dopo via Gradoli e il lago della Duchessa, fossero rispettati durante i processi, come avvenne. E intanto i servizi lasciavano credere che le BR fossero più forti che mai.
QUEI BRAVI RAGAZZI
Quanto a Francesco Cossiga, da sempre sospettato di conoscere i segreti della strage di Bologna, è il solito: onnipresente nella politica e disponibile a parlare del 2 agosto 1980 nella sua casa romana. Qui, a suo agio in pantaloni della tuta blu e camicia a maniche corte, aperta sulla più tradizionale delle canottiere, dopo un preludio di chiacchiere e cortesie si dichiara pronto a qualunque domanda. “D’altro canto c’è poco da nascondere. Ricordo come fosse oggi che il 2 agosto mi telefonò il ministro dei Trasporti, il socialista Rino Formica. Mi informava che dieci minuti prima era successo qualcosa di gravissimo a Bologna. Probabilmente, disse, erano scoppiate le bombole del gas…”. Lei invece, a due giorni dalla strage, da presidente del Consiglio dice in Senato che l’attentato alla stazione è di matrice fascista. Come faceva a saperlo? Chi le aveva passato l’informazione? “Nessuno”. Si è sbilanciato così, sull’onda delle sensazioni? O non vuole svelare chi le fornì la dritta? “La verità è che sono cresciuto in una famiglia antifascista, dove il male non poteva che essere fascista…”. Ma lei parlava da presidente del Consiglio, non da privato cittadino. “Nessuno mi disse niente, ripeto. L’ipotesi che mi fecero gli investigatori, comunque, fu che si trattasse di un trasporto di esplosivo palestinese saltato in aria assieme a chi lo trasportava”. Sia più preciso: chi gliel’ha comunicata, questa ipotesi? “Il giudice Angelo Vella in Prefettura”. Fatto sta che lei, il 5 agosto 1980 partecipa a una riunione del Consiglio interministeriale per l’informazione e la sicurezza. E senza giri di parole invita i partecipanti a evitare rapporti diretti con i magistrati. Non è un invito alla trasparenza. “Esortai i servizi a non avere rapporti diretti con la magistratura perché altrimenti nessuno si sarebbe più azzardato a passarci informazioni. Da sempre i servizi esteri hanno posto come condizione di non parlare con i magistrati. Solo per questo chiesi il silenzio…”. Risultato, i magistrati non hanno avuto elementi potenzialmente utili per trovare la verità. “Potevano sempre avvalersi delle fonti di polizia giudiziaria”. Comunque sia, il contenuto di quella riunione si è saputo solo nel 1995, quando il CESIS lo ha trasmesso alla Commissione stragi. “Erano atti segreti. Oggi sappiamo che quel giorno si affacciarono due tesi: la prima era la pista libica, secondo cui i disastri di Ustica e Bologna erano dovuti all’accordo con Malta. La seconda era la pista fascista”.
Lei ha cambiato idea. A caldo, dopo la strage, ha dichiarato che l’attentato era opera dei neofascisti; poi, nel
Cronologia essenziale:
2 agosto 1980: una bomba preparata con tritolo e T4 esplode nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Il bilancio finale dell’attentato è di 85 morti e 218 feriti.
6 agosto 1980: si svolgono i funerali nella Basilica di San Petronio. Soltanto i famigliari di otto vittime accettano la cerimonia di Stato.
9 settembre 1980: Valerio e Cristiano Fioravanti, con Francesca Mambro, Stefano Soderini e Giorgio Vale uccidono Francesco Mangiameli, leader siciliano di Terza Posizione.
13 gennaio 1981: le forze dell’ordine trovano sul treno Milano-Taranto, in sosta alla stazione di Bologna, varie armi ed esplosivi. Un passaggio chiave nel depistaggio “Terrore sui treni”.
5 febbraio 1981: Valerio Fioravanti viene arrestato dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri nei pressi del canale Scaricatore, alle porte di Padova.
17 marzo 1981: viene scoperta, nel corso di un’inchiesta guidata da Gherardo Colombo e Giuliano Turone, una lista di 962 iscritti alla loggia massonica Propaganda 2 con a capo il Venerabile Licio Gelli.
11 aprile 1981: il delinquente comune Massimo Sparti racconta le confidenze fattegli il 4 agosto
5 marzo 1982: Francesca Mambro viene arrestata dopo essere rimasta ferita durante una rapina. Alessandro Caravilani, uno studente che passa di lì per caso, viene ucciso per errore durante la sparatoria.
19 gennaio 1987: si apre il processo di primo grado davanti alla Corte di Assise di Bologna per la strage della stazione. La sentenza viene emessa l’11 luglio 1988. Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco vengono condannati all’ergastolo. Licio Gelli, Francesco Pazienza, Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci vengono condannati a 10 anni per depistaggio. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti (15 anni), Francesca Mambro (12), Sergio Picciafuoco (12), Massimiliano Fachini (12), Paolo Signorelli (12), Roberto Rinani (6), Egidio Giuliani (13), Gilberto Cavallini (16).
25 ottobre 1989: inizia il processo di secondo grado davanti alla Corte d’Assise di Appello di Bologna. La sentenza viene emessa il 18 luglio 1990: tutti i neofascisti imputati per la strage della stazione vengono assolti. Per depistaggio sono condannati Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Egidio Giuliani e Gilberto Cavallini.
12 febbraio 1992: le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione emettono la sentenza di terzo grado dopo il ricorso proposto dalle parti civili e dalla Procura generale. Viene disposto un nuovo processo per Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco per strage e banda armata. Per Licio Gelli e Francesco Pazienza ci sarà un nuovo giudizio per calunnia aggravata, e per i vertici del SISMI viene chiesta una nuova valutazione dell’aspetto eversivo della loro azione depistatoria.
11 ottobre 1993: inizia il nuovo processo di secondo grado. La sentenza viene emessa il 16 maggio 1994 dalla prima Corte di Assise di Appello di Bologna. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco vengono condannati all’ergastolo. Per depistaggio vengono condannati Licio Gelli, Francesco Pazienza, Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Gilberto Cavallini e Egidio Giuliani.
23 novembre 1995: arriva la sentenza di quinto grado, emessa dalla Corte Suprema di Cassazione – Sezioni unite penali. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono condannati all’ergastolo. Per depistaggio vengono condannati Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10), Giuseppe Belmonte (7 anni e 11 mesi) e Pietro Musumeci (8 anni e 5 mesi). Per banda armata vengono condannati Valerio Fioravanti (16 anni), Francesca Mambro (15), Gilberto Cavallini (12), Egidio Giuliani (8). Il caso di Sergio Picciafuoco viene spostato a Firenze per essere al centro di un nuovo processo.
18 luglio 1996:
15 aprile 1997:
30 gennaio 2000: Luigi Ciavardini, diciassettenne all’epoca della strage, viene assolto dal Tribunale dei minorenni di Bologna per la strage di Bologna e condannato a 3 anni e 6 mesi per banda armata.
9 marzo 2002: Luigi Ciavardini viene condannato a 30 anni per la strage dalla Corte di Appello di Bologna (sezione per i minorenni), che conferma la condanna per banda armata.
17 dicembre 203:
13 dicembre 2004:
11 aprile 2007: la seconda sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Luigi Ciavardini per la strage di Bologna.
Cerchi concentrici e convergenze parallele
Gamberini[1], su suggerimento di Ascarelli[2], decise di utilizzare al massimo le qualità organizzative di Licio Gelli in un anno, il 1966, nel quale il sistema politico italiano appariva del tutto stabile […] La tensione a livello internazionale – caratterizzata, nel 1966, solo dalla guerra in Vietnam e dalla Rivoluzione culturale in Cina – si accentua già a partire dal 1967, mentre il nostro sistema politico sarà a partire dal 1968. Nell’aprile 1967 i colonnelli greci attuano un colpo di stato per impedire un successo elettorale non dei comunisti, ma del “partito di centro” di Georgios Papandreu, protagonista, insieme agli inglesi, della repressione contro i comunisti nel 1944, ma in seguito spostatosi su posizioni relativamente progressiste. In giugno Israele reagisce alla mossa egiziana che blocca il Mar Rosso con una guerra lampo (detta dei Sei Giorni) contro Egitto, Siria e Giordania, conquistando tutta Gerusalemme e attestandosi sul canale di Suez. Gli Stati arabi provocano una crisi nei rifornimenti di petrolio contro l’Occidente, che sostiene Israele. Alla fine dell’anno l’uccisione di Che Guevara in Bolivia attenua le preoccupazioni degli Stati Uniti per la guerriglia in America Latina; ma all’inizio del ’68 la guerra in Vietnam subisce una svolta negativa per gli USA con l’offensiva del TET che determina, per qualche tempo, il controllo di Hué da parte dei nordvietnamiti e l’attacco dell’ambasciata americana a Saigon. In primavera esplode il maggio parigino, l’anno dopo De Gaulle è sconfitto in un referendum. I primi anni ’70 sono sotto il segno di eventi destabilizzanti: un fronte popolare è vittorioso in Cile (presidente Allende) sino al colpo di stato del settembre 1973, contemporaneo alla quarta guerra arabo-israeliana. Nel marzo 1976 avviene il colpo di stato dei militari argentini (tra i quali Gelli ha molti amici). Cuba rimane una spina nel fianco per gli Stati Uniti sino al 1979, con la presenza di una brigata russa. Mentre a Washington ci si preoccupa per il “dopo Tito” e per il “dopo Franco”, nel 1974 i militari portoghesi rovesciano la dittatura post-salazariana, suscitando preoccupazioni per la collocazione internazionale del Portogallo. L’area mediterraneo-mediorientale è in ebollizione, mentre russi e cubani sostengono movimenti di liberazione in Africa, dove Angola, Mozambico, Etiopia paiono spostarsi verso l’area di influenza sovietica e potrebbe vacillare il bastione sudafricano. È in tale contesto che, in Italia, dall’autunno studentesco del ’68 e poi soprattutto dall’”autunno caldo” sindacale del 1969, si verifica uno spostamento a sinistra in termini di comportamenti collettivi: dalle scuole, alle fabbriche, alle piazze. Di questo e della situazione italiana si preoccupano gli Stati Uniti (Dipartimento di Stato, CIA, vertici militari e i vari servizi italiani a essi collegati). Si elaborano progetti diversi, dalla direttiva Westmoreland al piano “Demagnatize”: iniziative non coordinate, talvolta in concorrenza o in competizione, talaltra ignorate dai vari soggetti coinvolti. Ciò accade proprio per il piano “Demagnatize”, del quale il generale Inzerilli[3] dice: “Non si tratta assolutamente di una Gladio bis, come pensa qualcuno e scrivono i giornali, ma di un’organizzazione completamente diversa, che avrebbe dovuto essere collegata a un altro reparto, l’ufficio D dei servizi. Come capo di Stato Maggiore avevo cercato dappertutto il piano, che prevedeva l’utilizzo di ogni azione possibile per evitare in Francia, ma soprattutto in Italia, l’avvento al potere del Partito comunista. Non lo trovai mai, perché questo piano, per volontà degli americani che lo prepararono, non doveva essere visionato da estranei, tantomeno dai governi alleati coinvolti. A fil di logica è possibile che uno dei risvolti del piano sia stato svelato dal giudice Salvini”. In realtà, invece di un piano organico funzionò uno stillicidio di iniziative, che portò a stragi come quella di Piazza Fontana, che alla Commissione stragi, il 6 giugno 1995, il più stretto collaboratore di Moro, Corrado Guerzoni, collocò in un’interpretazione che definì “dei cerchi concentrici”. Dice Guerzoni: “Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare. Non è l’onorevole X che dice ai servizi segreti di andare l’indomani mattina a Piazza Fontana a mettere la bomba. Al livello più alto si dice che il paese va alla deriva, che i comunisti finiranno per avere il potere. Al cerchio successivo si dice: guarda che sono preoccupati. Che cosa possiamo fare? Dobbiamo influire sulla stampa. Così si va avanti sino all’ultimo livello, quello che dice: ho capito, e succede quello che deve succedere. Ognuno non ha mai la responsabilità diretta. Se lei [rivolto al segretario della Commissione, l’onorevole Baresi di Forza Italia] va a dire a questo ipotetico onorevole che lui la causa di Piazza Fontana, le risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici”. Quello che va ricostruito è il contesto politico di questo insieme di progetti e di iniziative. L’obiettivo non è il colpo di stato, ma la stabilizzazione imperniata sulla DC. Il modello non è Santiago 1973 (il golpe del generale Pinochet in Cile) ma Parigi 1968 (la riscossa elettorale gollista dopo il “maggio francese”): non la repressione militare, quindi, ma un plebiscito stabilizzatore. È per questo progetto che lavora Gelli, con l’avallo esplicito o implicito dei vertici massonici. Una soluzione reazionaria, ma non eversiva. Ma
È in questo contesto che si colloca il ruolo della Massoneria, di fatto gestita da Gelli, come risulta dal seguente episodio: “Nella cruciale primavera del 1973 Licio Gelli convoca nella sua residenza privata di Villa Wanda, ad Arezzo, un gruppo di importanti affiliati alla Loggia segreta: il generale Giovanbattista Palumbo (comandante della divisione carabinieri di Milano), il colonnello dei carabinieri Antonio Calabrese, il generale Franco Picchiotti (comandante della divisione carabinieri di Roma), il generale Luigi Bittoni (comandante della brigata carabinieri di Firenze), il colonnello dei carabinieri Pietro Musumeci e il procuratore generale presso
[1] Giordano Gamberini Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, si definisce filosofo spiritualista. È un pastore. Qualche pubblicazione gli attribuisce particolari rapporti con
[2] Roberto Ascarelli, Gran Maestro aggiunto di Palazzo Giustiniani, condivise la scelta di Gelli per “qualificare”
[3] Paolo Inzerilli, generale, già ufficiale degli alpini, dal 1974 è stato trasferito ai servizi come direttore, sino al 1980, della sezione che gestiva l’organizzazione Gladio. Dal 1980 al 1986 è stato direttore della VII divisione del SISMI e, come tale, supervisore dell’organizzazione Gladio. Dall’ottobre 1989 al novembre 1991 è stato capo di Stato Maggiore del SISMI.
[4] La fonte è la relazione della Commissione parlamentare sulla P2, p. 17.
[5] Alfonso A. Mola, Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano 2001, pp. 760-763.
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IL PERNO
Ancora nel gennaio 1972 i dispacci di CIA e FBI (disponibili con un Freedom of Information Act) puntano l’indice su Feltrinelli, “principale agente castrista in Europa”. Ma sarebbe meglio dire che si muove da solo o in nome delle avanguardie su cui pensa di contare. Ci sono rapporti diretti con Venezuela, Bolivia, Uruguay e ai cubani le avventure nel vecchio continente interessano poco. “Hanno fatto come con in Che, l’hanno scaricato”, è la tesi un po’ forte di Giuseppe Saba, ex “luogotenente” di un uomo chiamato Osvaldo, oggi pizzaiolo in un paese del nuorese. All’inizio del 1972 Feltrinelli confida a chi lo incontra di essere costretto ad aumentare la vigilanza, a non usare più la macchina e l’aereo ma solo il treno, e in seconda classe. Dai suoi spostamenti si intuisce che sta prevalentemente tra Oberhof,
ALTRI PIANI
Prima di scegliere come bersaglio il magistrato Sossi, le vecchie Brigate Rosse di Curcio e Franceschini avevano fatto un pensierino su altri bersagli. Avevano progettato di rapire Carlo Massimiliano Gritti. Chi era? Era uno che era stato partigiano in val d’Ossola con Eugenio Cefis e poi era stato proposto, da Cefis, come responsabile della sicurezza di Enrico Mattei, infine era stato ricompensato con la presidenza della Montefibre del gruppo Montedison […] L’altro sequestro andava fatto a Roma e a questo ci avrebbe pensato Franceschini. L’uomo sequestrato? Giulio Andreotti. Andreotti era “il perno del progetto neogollista” per il brigatista rosso Franceschini. Appunto per studiare di persona le giornate di Andreotti, le sue abitudini (“Volevo seguirlo dal portone di casa fino alla chiesa, passargli vicino, toccarlo, anche per vedere se si insospettiva, se qualcuno fosse sbucato fuori a proteggerlo. Sì, desideravo proprio toccarlo, toccare quell’uomo che era per me l’incarnazione del potere”), Franceschini era sceso a Roma (“con una 128 verde”) e si era messo di puntiglio a seguirlo, Andreotti, “a pochi metri di distanza”, a superarlo “sfiorandolo con il braccio”, una volta si voltò perfino “per chiedergli scusa, lui mi guardò con il suo sguardo ineffabile che immaginai tutto per me e continuò per la sua strada. Non aveva avuto sospetti, nessun gorilla mi aveva bloccato, era proprio senza scorta e io ero euforico: rapirlo era facilissimo, e già mi vedevo con il mio Andreotti chiuso in borsa e la polizia a cercarci invano per tutta Roma”. Franceschini era un tipo fatto così. Curcio gli assomigliava. Naturale che qualcuno, all’interno delle Brigate Rosse, non li reputasse granché adatti per un “sequestro di alto livello”, che doveva essere scientificamente pianificato. Perciò Curcio e Franceschini furono “fatti arrestare” a Pinerolo, l’8 settembre 1974. appunto per consentire il rilancio delle nuove BR. Attenzione alle parole: furono “fatti arrestare”. L’ha scritto uno dei fondatori delle BR, Franceschini. Ma l’ha detto anche il generale Gianadelio Maletti, ex capo del reparto D del SID. Nell’estate del 1976, Maletti si era presentato a un magistrato di Roma, il sostituto procuratore Alberto Dell’Orco, al quale il procuratore capo di Roma Elio Siotto aveva affidato l’inchiesta sul SID parallelo, cioè sull’organizzazione clandestina di sicurezza NATO. Maletti aveva rivelato in sostanza che, quando Sossi era prigioniero delle BR, il suo capo Vito Miceli sapeva benissimo dov’era nascosto. Stava anzi tentando di organizzare una “singolare” liberazione. Singolare in che senso? Nel senso che l’operazione doveva essere “produttiva”. Durante una violenta sparatoria, cioè, dovevano morire i carcerieri di Sossi e doveva morire anche Giambattista Lazagna, un personaggio del quale si era abbondantemente parlato ai tempi di Feltrinelli e del quale si sapeva che non era molto lontano dalle posizioni di Curcio, leader della Brigate Rosse di allora.
Con Lazagna e i carcerieri di Sossi, sarebbe morto anche lui, Sossi. Il progetto di quel massacro “produttivo” era stato confermato dallo stesso Lazagna durante il processo che era seguito. “Ho saputo che nel periodo del rapimento Sossi, l’allora capo del SID generale Miceli voleva rapirmi e quindi uccidermi insieme con Sossi in un conflitto a fuoco. Non lo dico io: risulta da un verbale d’interrogatorio reso dall’ex capo del reparto D generale Maletti al sostituto procuratore Dell’Orco e al procuratore capo di Roma Siotto”. Mentre l’Italia veniva messa a soqquadro dalla carica eversiva dell’impresa brigatista, risultava dunque che importanti organi istituzionali, come i servizi segreti, erano al corrente di notizie fondamentali, conoscevano addirittura il luogo dove era tenuto prigioniero Sossi, il magistrato rapito. E nessuno si era mosso. Cose di questo tipo avvenivano nel 1974, ma erano assolutamente impensabili negli anni 1968-
Chi viene a dircelo? Il questore? Un poliziotto? Un magistrato? Nessuno viene a dircelo. Tutto si svolge nel più semplice dei modi. Succede questo: i questore ci fa entrare nel covo, nella più grande confusione (anche la connetta è riuscita a infilarsi quasi attaccata alla giacca di Enzo Tortora) ed è il questore Allitto Bonanno che ci guida nella visita della prigione del popolo. Il questore fa il cicerone e non si accorge di quello che sta capitando intorno. Oppure si accorge, e lascia fare. Possibile? L’appartamento, certo, è piuttosto grande. Oltre la prigione del popolo, che è costruita nel mezzo di una stanza, ci sono altre stanze. Nelle stanze ci sono molti tavoli. Sui tavoli, sparsi qua e là, ci sono foglietti con indirizzi e numeri di telefono. C’è chi li copia e poi li rimette al loro posto. E c’è chi, per fare più alla svelta, se li mette in tasca. Tutto avviene nel modo più naturale possibile, senza che nessuno si opponga, dica qualcosa[…] Un giornalista che è accanto a me si mette in tasca un blocco intero di foglietti, su uno dei quali c’è scritto “Giorgio Semeria” con l’indirizzo di Milano e il numero di telefono. Quel giornalista è Pier Attilio Trivulzio, della Notte. Una volta fuori dal covo, Trivulzio mi carica sulla sua macchina, una Triumph rossa, e andiamo all’indirizzo segnato sul foglietto. Citofoniamo. Ci risponde una persona che parla singhiozzando. È il padre di Giorgio Semeria. Prima, però, era successa un’altra cosa, sempre davanti al numero civico 33 di via Boiardo. Era arrivata una Cinquecento, a una cinquantina di metri, e aveva accostato al marciapiede opposto. Ne era disceso un giovanotto piccolo di statura il quale, come aveva visto tutta quella gente, era risalito svelto in macchina, aveva cercato di innestare la retromarcia e non c’era riuscito, aveva fatto solo un gran fracasso. Allora aveva abbandonato la macchina e si era dato alla fuga, inseguito da tre fotografi. Uno dei tre aveva preso il numero di targa. Ed è stato grazie a quel numero di targa che siamo venuti a sapere a chi apparteneva l’auto. Apparteneva a una certa signora Amelia Cocchetti. Abitante a Milano, in via Gallarate 131. Aveva un figlio di tre anni, di nome Massimo, con altri due nomi: Marcello e Augusto. Nomi romani della storia romana, quella antica e gloriosa. Il marito si chiamava Moretti. Mario Moretti.
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Note a margine (da rivedere)
Con una certa superficialità Corrado Simioni è stato spesso identificato con l’improbabile immagine del “grande vecchio” delle BR: più realisticamente,





